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About

BIO-BIBLIOGRAFIA

Stefano Zotti è nato a Brescia nel 1984.
Dopo gli studi superiori in grafica pubblicitaria, nel 2007 conclude il corso di Arti Visive e Illustrazione presso l’Istituto Europeo di Design di Milano.
Dal 2007 al 2014 lavora come artigiano in diverse botteghe e laboratori, tra i quali quello del padre, modellista in pelletteria, e quello del modellista di architettura Stefano Orizio.
Gli apprendistati consentono a Zotti di maturare esperienze e capacità di lavorazione di diversi materiali (come legno, gesso, creta, plexiglass, resine, metalli), tecniche costruttive e progettuali che, partendo dal disegno, sono finalizzate alla realizzazione di modelli architettonici, sculture, installazioni e prototipi per il design.
Dal 2011 frequenta inoltre l’Atelier Aperto di Nicola Sene del Centro Internazionale della Grafica di Venezia, dove matura la padronanza di tecniche di stampa e rilegatura sia classiche sia sperimentali, grazie alla preziosa guida del maestro Silvano Gosparini.

 

Nel 2007 ha inizio la produzione dei primi lavori, realizzati utilizzando una fustellatrice nel laboratorio del padre; qui, incidendo ed inchiostrando del cuoio, Zotti sperimenta alcuni primi rudimenti di stampa. Muove i primi passi nella creazione artistica cercando di riportarvi le tecniche apprese durante gli apprendistati, adattandole a macchinari e materiali di immediata reperibilità. Disponendo di molta carta e materiale incisorio, l’incisione diviene quasi per naturale conseguenza la prima metodologia operativa in cui si cimenta. Essa è destinata a rimanere una tecnica d’elezione, impiegata per la familiarità che egli ritrova nell’indagine della creazione automatica del segno, inteso e ricercato dall’artista come immaginario artiglio, evoluzione della mano creatrice nella lavorazione della matrice.

 

Nel decennale della rassegna promossa dall’Associazione Artisti Bresciani, nel 2010 partecipa a “Giovani presenza nella ricerca artistica a Brescia” che, sotto la curatela di Pia Ferrari, riunisce i lavori di Zotti, Minoni, Piardi e Gaffurini; il catalogo edito per l’occasione (Edizioni AAB, 2010) raccoglie, nella forma dell’intervista, dichiarazioni d’intenti già lucide e puntuali, organiche osservazioni in merito alla prassi operativa e concettuale sottesa, unitamente ad un apparato iconografico delle opere esposte.
Nel 2011 fonda con un amico “Artigianato Locale studio”, spazio espositivo che ospita una mostra e alcuni incontri tra artisti e pubblico; l’evento riscuote buon successo in città, nonostante il poco seguito cui andrà incontro anche l’esperimento galleria, durato circa un anno.

 

Le esperienze di stampa d’arte e di grafica sono fin da subito fondanti la pratica operativa di Zotti, affascinato dalla velocità di esecuzione e dalla rapidità di traduzione delle immagini; nel riportarle nel proprio laboratorio, però, l’artista sente la necessità di estremizzarle e riunire incisione, inchiostratura e stampa in un solo luogo e in un solo momento. Questo gli consente una più ampia libertà esecutiva e lo porta così a dipingere con le matrici e disegnare sulla riproduzione delle forme e delle figure che crea tramite l’incisione.
Zotti lavora il foglio e la tela sempre stesi in orizzontale, premendo le matrici o il colore dall’alto tramite una pressa o con il peso del corpo; il risultato “appeso” e verticale del lavoro è appreso solo alla fine dell’intero processo creativo.

 

Come egli stesso dichiara, il fare e la processualità di realizzazione, in quanto lavoro necessario, sono essi stessi l’opera nella sua forma più sincera; anche per questo motivo, frequenti sono le riprese di tecniche e mezzi, finanche di supporti precedentemente lavorati, anche a distanza di anni, come se il processo non si fosse completamente esaurito e trovasse nuova vita nella rimessa in gioco degli esiti. Il fare supera, allora, l’idea di un prodotto finito, e tecniche e materiali sono sì la prima realtà creativa, i modi, i tempi e i luoghi del lavoro; ma, prediligendo interventi che lascino scorgere le “tracce del fare” anche ad opera ultimata, le tracce stesse si ergono a segni concreti della volontà e si fanno presenza e memoria dell’intervento e dell’artista stessi.
L’impiego di tecniche e metodologie diverse traduce quasi analogamente una profonda varietà di interessi e suggestioni cui Zotti si sottopone e traduce in opere. Tra queste e tra molte, grande interesse è riservato all’indagine della funzione cognitiva del disegno e del segno, cresciuto e coltivato durante la formazione con Giuseppe di Napoli, docente di disegno e colore presso lo IED di Milano; la sua pubblicazione “Disegnare e Conoscere” (Einaudi, 2004) è tuttora utile strumento di autoanalisi dei meccanismi del proprio lavoro.
Dal 2015 ha intrapreso la carriera di artista professionalmente, sostenendola come unica attività.

 

Si occupa continuamente del recupero di tecniche e nozioni derivanti dagli ambiti dell’eclettica formazione di laboratorio, in direzione della realizzazione di opere diverse, come la scultura e l’installazione – alle quali non si era ancora potuto accostare per disponibilità di mezzi e di un luogo di lavoro idoneo – e i libri d’artista – che trovano origine ed evolvono grazie al principio di rimessa in discussione degli esiti e ad una ricerca iconografica che diviene pretesto narrativo per la creazione dell’immagine pittorica.
Anche lo spazio in cui opera è fortemente rilevante: i luoghi di formazione e di crescita sono connotati da una componente marcatamente artigianale che si può riconoscere come fondante e caratterizzante e alla quale l’opera tutta di Zotti rimanda e richiama. Esso è, inoltre, motivo di interazione dell’operare quotidiano nell’ambiente della propria città; l’importanza di questo reciproco scambio è al contempo uno stimolo e un fine cui il suo lavoro tende.

 

La volontà di confronto con i propri colleghi si corrobora, infatti, del legame concreto e strutturato con il proprio territorio e i movimenti storico-artistici che lo abitano, e di quel desiderio di messa in discussione del proprio operare e della propria identità artistica alla ricerca di una comprovata affermazione.
Anche per questi motivi Zotti ha preso parte con successo a Paratissima Bologna 2018 (finalista) all’edizione 2017/2018 del Premio Arti Visive San Fedele (finalista) e al Premio Arte 2018 (semifinalista, con menzione). Queste esperienze sono divenute, altresì, lo spunto per approfondire le suggestioni generate da un tema-guida, che ha condotto questi nuovi lavori fino a sforare in una dimensione installativa di grande efficacia. A dicembre 2019 terrà un workshop presso MART, sui sistemi della stampa e la sua traduzione in pittura.

 

Ciò che rimane cardinale, per Zotti, è anche in questo momento il processo espressivo: pur partendo da materie e modalità note e sperimentate, esse non sono mia utilizzate “in purezza”, per il loro proprio scopo primario, ma, piuttosto, come detonatori creativi che aprano ad esperienze poetiche generatrici di scoperta e possibilità nuove. Non ultimo, altrettanto essenziale è il l’indagine dei concetti di idealità e identità dell’opera, ancor più se declinate dal punto di vista della traduzione nei concetti di originale-copia-multiplo, che riconducono fortemente ad una idea di identità come senso di appartenenza e riconoscibilità del proprio lavoro. Ecco allora che, mantenendosi in dialogo costantemente aperto con il diverso ed il nuovo, è la sperimentazione, anche e spesso dell’errore, una delle prerogative del lavoro del nostro.

 

Si può parlare di un vero e proprio “modello di sviluppo poliedrico”, che consideri molteplici livelli di genesi e, dunque, di comprensione. Esso non considera alcun elemento unificante ma, anzi, innesta la creazione di valore proprio nella possibilità di un cambiamento continuo. Ancor più, esso accade. Con naturale semplicità, l’accoglienza di Zotti per l’incidenza dell’accadimento consente, così, di mantenere il perseguimento dell’Arte come vertice di aspirazione nella sua accezione più alta ed ampia. È grazie a questi meccanismi complessi che non può esserci spazio se non per l’alterità e la diversità: dalle relazioni ai luoghi dove queste emergono; dalle connessioni che si instaurano tra diverse idee come continue autorappresentazioni delle esperienze umane del vivere e del creare; dall’abitare ed esperire i luoghi, che davvero fondano l’inevitabile interazione tra la ricerca di una rappresentazione visiva dei rapporti e le loro connessioni profonde con un paesaggio relazionale costituito dall’affollarsi delle diversità nel processo di genesi creativa. Ecco come si ritorna a quella capacità produttiva legata a doppio filo ad un “dove” che è allo stesso tempo contenitore di possibilità̀ tecniche, paesaggio costituito da esperienze e diversi livelli di comprensione, sguardo che raccoglie ed accoglie diversità̀ che con-creano un ambiente; che sia umano, fisico, comprensivo ed espressivo insieme. Si fa dunque spontanea una autorappresentazione di luoghi, relazioni e artisticità come stratificazione di segni, di tracce umane di meccaniche del non umano.

 

Artista della trasformazione, egli dichiara che solo in questo processo, innato e naturale per indole e poetica, ma laborioso per conseguenza, prenda vita un pensiero attivo, poetico nella discoperta e critico nell’approdo. L’intenzione tenace di indagare questa evoluzione e la volontà di riconoscerla dentro e fuori di sé, portano questo percorso ad ognuno e in modo diverso, dimostrando a chiusura del cerchio che la consapevolezza della propria profonda artisticità matura più si fa intensa la luce della sperimentazione.
Sulla scorta del desiderio di fondazione di un laboratorio multidisciplinare di tipo tecnico-artistico finalizzato alla compartecipazione della bellezza, dopo il primo decennale attività l’opera del giovane artista sembra orientarsi verso una matura presa di coscienza degli esiti raggiunti, sia dell’indagine speculativa sottesa sia della padronanza tecnica raggiunta, in direzione di nuovi incoraggianti sviluppi.

 

© Chiara Rigolli
Novembre 2019